
di Enrico Monaco
Padre Gino Goduto Missionario PIME, una figura che a noi ragazzi dell’Associazione Cattolica di Roseto, che frequentavamo la Casa del Giovane, incuteva un timore reverenziale. Era molto più grande di età rispetto a me, quasi dieci anni di differenza, e pur sempre il fratello minore di Don Nicolino Goduto che sarebbe diventato Parroco di Roseto dopo la morte di Mons. Luigi De Cesare. A Roseto veniva di rado e la sua sporadica presenza creava sempre un certo imbarazzo perché mi sentivo inadeguato rispetto alla sua storia e al suo spessore culturale. Tornava raramente a Roseto e parlare con lui era comunque stimolante avendo una dialettica estremamente convincente rispetto agli argomenti di politica, sociali e religiosi che affrontavamo. Uno di questi episodi, che coltivo nei ricordi, risale agli anni Settanta del secolo scorso. Ero studente universitario a Bologna e in quegli anni si parlava molto del Vietnam, della guerra del Vietnam. Eravamo tutti esperti di Vietnam, delle sue risaie, dei Vietcong nascosti nelle paludi. Conoscevamo L’India, quella dei Beatles, quella de Il Passaggio in India, il romanzo di Forster; quella del film La Grande Pioggia e poi il Siddartha. Ma Don Gino mi parlò del Bangladesh e del suo impegno come missionario in quel Paese. Il Bangladesh era un paese sconosciuto (eccetto le scarne notizie di geografia). Mi spiegò la povertà estrema di quelle popolazioni, una povertà per noi inimmaginabile. Oggi il Bangladesh è associato ai mini market che hanno invaso le grandi città: i bangladini come vengono chiamati affettuosamente a Roma. Il Bangladesh un Paese più piccolo dell’Italia, ma con una popolazione triplo rispetto alla nostra. Negli anni ho ripensato alla esperienza missionaria di Don Gino leggendo Cuore di Tenebra di Conrad e vedendo le immagini degli indigeni del film Apocalypse Now : un numero sterminato di esseri che vivevano in mezzo al fango, all’acqua sotto piogge torrenziali, tra malaria e tante altre forma di malattie. Don Gino era anche un fine intellettuale e forse era questa la vera ragione per cui lo sentivo diverso e distante. Mi consigliò di leggere e studiare Sant’Agostino. Poi ci siamo persi di vista. Una prece.

