di Antonio Monaco

                                            

L’arrivo di Danilo Rea a Roseto ricorda la commedia di Ennio Flaiano: Un Marziano a Roma. Il pianista jazz, insieme Massimo Moriconi (contrabbasso), Ellade Bandini (batteria) e Flavio Boltro (tromba)  saranno di scena venerdì 19 giugno nell’ambito del programma denominato Gio Festival, in omaggio ad Umberto Giordano, il compositore di opere liriche nato a Foggia nel 1867. Come già avvenuto il 6 giugno scorso a Foggia,  davanti al Teatro Giordano, il quartetto diretto da Danilo Rea, rivisiterà,  in chiave jazz, alcune delle più famose arie di opera: da Puccini a Verdi, da Mascagni a Bizet e, naturalmente, alcune composizioni di Umberto Giordano. L’evento è stato finanziato anche dal Comune di Roseto Valfortore ed è in programma alle 21,30, presso l’anfiteatro. Uno spazio intitolato ad un altro grande musicista e compositore di fama internazionale: Leonard Falcone, virtuoso del corno baritono, nato a Roseto  ed emigrato negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso, fondatore della Blue Lake Band. Chi abbia deciso l’esibizione del noto pianista nel piccolo paese del Subappennino dauno deve solo augurarsi che al concerto partecipi un pubblico all’altezza dell’artista jazz e della sua band, in particolare il batterista Ellade Bandini, che vanta la collaborazione con Francesco Guccini e, soprattutto, con Fabrizio De Andrè. Bandini, infatti, è stato il batterista durante l’ultimo concerto del cantautore genovese, al Teatro Brancaccio di Roma, nel 1998. Da un’indagine condotta dalla nostra radio tra gli abitanti di Roseto, alla domanda se qualcuno conoscesse Danilo Rea, la risposta è stata  corale: no. Non ci meravigliamo, considerati i gusti musicali della maggioranza dei rosetani, che spaziano da Pupo a Toto Cotugno; dai Ricchi e Poveri a Gigi D’Alessio; da Lele Blade a Franco Riccardi; da Maria Nazionale a Sal Da Vinci. Un nome, però, prevale su tutti: Giggione e la sua hit La Campagnola. Vicentino di nascita, ma romano di adozione, Danilo Rea rappresenta una figura di riferimento sulla scena jazzistica italiana per la sua capacità di coniugare rigore formativo e libertà espressiva. La sua educazione presso il Conservatorio di Santa Cecilia costituisce il fondamento tecnico su cui si innesta una sensibilità musicale stratificata, nutrita da esperienze maturate nell’ambito del rock, del pop, ma tutte confluite all’interno del linguaggio jazzistico, ambito privilegiato della sua ricerca. La sua carriera si dipana, sin dagli esordi, in una duplice direzione: da un lato la militanza nel Trio di Roma con Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto; dall’altro l’intensa attività come pianista al fianco di cantautori ed interpreti di rilievo: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Pino Daniele, Fiorella Mannoia. Tale versatilità testimonia una padronanza stilistica che consente a Rea di modulare il proprio gesto musicale secondo contesti e poetiche differenti, mantenendo sempre una coerenza espressiva. La frequentazione con figure eminenti del jazz internazionale si traduce in una prassi improvvisativa fluida, capace di accogliere e rilanciare stimoli eterogenei. Va ricordata la sua collaborazione con Chet Baker e Lee Konitz. Tuttavia, ci piace evidenziare il suo impegno per la rinascita, insieme a Giovanni Tommaso, nel 1981, del leggendario gruppo di jazz-rock, nato agli inizi degli anni Settanta: il Perigeo. Da ricordare l’album di esordio del Perigeo, Azimut, pubblicato dalla Rca nel 1972.  Della lunga carriera di Rea, va evidenziata la sua collaborazione con Roberto Gatto, virtuoso batterista jazz e rock e l’album chiamato Progressivamente del 2008, dove vengono rivisitati, in chiave jazz-rock, alcuni classici come Money dei Pink Floyd, e Watcher Of The Skies dei Genesis. Va inoltre  ricordato Somenthing in our way. L’intero lavoro discografico è interamente dedicato alle pagine più belle del repertorio musicale dei Beatles e dei Rolling Stones ed il frutto di uno slancio emotivo molto intenso. Presentato al pubblico con un travolgente concerto in piano solo con il concerto intitolato Across my universe: My Beatles, My Stones,  il disco trova un originale compromesso tra due realtà musicali distanti attraverso l’abile capacità interpretativa e di jam session di Rea che, in questo modo, supera di fatto un’eterna dicotomia. Dalla melodia di Let it be, all’appassionata Angie,  passando per il ritmo di Ob-la-dì Ob-la dà e l’energia di Jumpin’ Jack Flash.

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