di Antonio Monaco

I jazzisti sono musicisti che fanno ciò che vogliono, dice Massimo Moriconi, un veterano del contrabbasso, che ieri sera è stato uno dei componenti del quartetto che si è esibito nella cornice dell’anfiteatro comunale che sorge all’ombra della Chiesa Madre, con in testa Danilo Rea. La battuta del contrabbassista è l’eufemismo dell’improvvisazione, della jam session, ovvero la caratteristica di questo genere musicale. Il jazz che attraversa e reinterpreta le arie d’Opera. Il piano suonato dal maestro Danilo Rea intona Nessun Dorma di Giacomo Puccini, La Traviata di Giuseppe Verdi, Fedora di Umberto Giordano. La serata, infatti, rientra nel Gio Festival, una rassegna musicale promossa a Foggia e nella sua provincia, per celebrare proprio Giordano, compositore nato nel nostro capoluogo, esponente del cosiddetto Verismo musicale. Umberto Giordano, infatti, è ricordato per il forte senso del teatro e per la sua inventiva melodica, ricca e generosa. Già in opere come Andrea Chénier e Fedora egli si avvalse di una discreta veste strumentale e di una generale compostezza di scrittura. Tuttavia, per rimanere al passo con gli sviluppi musicali del tempo, dopo le prime opere Giordano cercò di arricchire il proprio linguaggio musicale, riuscendo a conseguire, in Madame Sans-Gêne e ne Il Re, risultati interessanti per l’abile taglio teatrale e l’attenzione per la parte orchestrale. Il concerto di ieri sera, finanziato in parte dal Comune di Roseto, ha visto la partecipazione di un pubblico ristretto, giunto dai paesi vicini, ma attento e concentratissimo, che ha apprezzato la bravura e la tecnica di Danilo Rea. Dal suo piano gran coda, posto a centro della scena, Rea accarezza la tastiera. Le note si diffondono lievi nella notte rosetana, perdendosi nella valle sottostante. Rea ieri sera ancora una volta è riuscito a svestire arie celebri dall’accademismo, accentuando una musicalità fluida. C’è sempre un tocco personalissimo, molto professionale, da pianista consumato e appassionato, capace di virare da uno stile all’altro, di cambiare ritmo, di scivolare su sonorità classiche senza perdere il ritmo jazz. Ad accompagnarlo in questo percorso musicale altri tre grandi musicisti: oltre a Massimo Moriconi, Pietro Tonolo, ai sax contralto tenore e soprano, e il sorprendente Ellade Bandini, storico batterista, che dall’alto dei suoi 80 anni, offre un assolto degno della grande tradizione rock. Dalla platea si levano applausi pieni di calore. Un tripudio che sfiora il giubilo. Per la storia di Roseto è la prima volta che musicisti di rango internazionale, ma soprattutto per l’acclarata professionalità, si esibiscono in un paese che, pur vantando una tradizione musicale che passa dai concerti bandistici e dai suoi maestri, ha subito il conformismo dei tempi, virando verso le banalità che occupano l’attuale scena musicale. Ieri sera, infatti, mancavano i giovani, tranne poche eccezioni. Loro preferiscono l’Autotune all’eleganza, alla tecnica sopraffina e alla straordinaria capacità di improvvisazione di Danilo Rea.

