di Alessandra Camporota

Prefetto

In un momento storico così complicato, in cui si cavalcano e si strumentalizzano spesso in modo irresponsabile le paure e le insicurezze del presente e del futuro, l’anniversario della nascita della nostra Repubblica, continua a rappresentare la Festa più importante di un ideale “calendario civile”. 

CALTAGIRONE (Ct) foto di Donato La Penna

E’ sempre più necessario che, in questa giornata, le istituzioni pubbliche, i sindaci, si riuniscano insieme alle  cittadine ed ai cittadini per rinsaldare il senso delle loro comunità, dello stare insieme, e per richiamare i valori della nostra Costituzione, rinnovando la scelta decisiva per la Repubblica compiuta dalla maggioranza degli italiani 80 anni fa, il 2 giugno del 1946, e, quindi, le ragioni della nostra convivenza civile e pacifica. 

E’ ancora emozionante ricordare la lezione di un grande italiano, Piero Calamandrei, che all’indomani del voto, su “Il nuovo Corriere della Sera”, il 9 giugno del 1946 scrisse: “Ecco la nostra Repubblica: non improvvisata, non balzata su in un giorno di torbida passione: la Repubblica voluta, meditata, paziente, ragionata. Non un impeto di generosa illusione romantica, ma una prolungata prova di coscienza civile e di riacquistata ragione. Reprimiamo nel cuore la commozione che vorrebbe salire; limitiamoci ad accorgerci con pacata serenità consapevole che una Repubblica nata così è destinata a durare nei secoli”.

Quest’anno il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha voluto una Festa più popolare, che si svolge nella piazza del Quirinale, e non all’interno del Palazzo, nei suoi bellissimi giardini, come gli altri anni,  per sottolineare, ancora una volta,  il significato, non retorico, ma fondante per la comunità delle italiane e degli italiani, di questa ricorrenza. 

Il “calendario civile” della nostra Repubblica è composto da altre date importanti, come il 9 maggio, giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro e dell’assassinio di Peppino Impastato,  giornata dedicata alle vittime del terrorismo; il 25 aprile, anniversario della nostra resistenza e della liberazione dal nazifascismo; il primo maggio, festa del lavoro e momento per riflettere sulle troppe morti sul lavoro e sull’anelito a realizzare compiutamente il diritto costituzionale al lavoro; il 23 maggio, anniversario della strage di Capaci e giornata dedicata alla memoria di tutti i caduti nella guerra contro le mafie. 

Sono date che   scandiscono momenti fondamentali della nostra storia repubblicana e debbono continuare ad essere un monito per non dimenticare, per continuare ad essere determinati nel nostro impegno quotidiano di cittadinanza attiva. 

Il 2 giugno invece è un giorno di festa, nel quale celebriamo una scelta decisiva, quella compiuta dalla maggioranza degli italiani il 2 giugno del 1946, e anche quest’anno è necessario rinnovare le ragioni di quella scelta insieme alle ragioni della nostra convivenza civile e pacifica, in un contesto di guerre e conflitti internazionali dei quali non si comprende il senso.

L’Italia del 1946, appena uscita dal secondo conflitto mondiale e liberata dopo due anni di occupazione violenta da parte dei nazifascisti, era un paese distrutto: fame, miseria e sofferenze per la guerra avevano messo in ginocchio l’intera popolazione. 

Il 2 e il 3 giugno del 1946 si svolse finalmente il referendum istituzionale e tutti gli italiani – comprese le donne, che votarono per la prima volta quell’anno, avevano già votato alle elezioni amministrative nel marzo dello stesso 1946, ma il significato del loro voto di massa al referendum è particolarmente elevato – furono chiamati alle urne per scegliere la forma di governo, Monarchia o Repubblica. Con 12 milioni e settecento diciottomila641 voti rispetto a 10 milioni e settecento diciottomila 502, gli elettori scelsero la Repubblica. Le donne votarono in maggioranza per la Repubblica.

Il voto si svolse tra le macerie dei bombardamenti alleati e quelle delle demolizioni dei nazisti in ritirata, con centinaia di migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo e intere province ancora sotto il governo militare straniero. In siffatto contesto, la Repubblica nasce quindi non come espressione di una ristretta élite intellettuale e politica, quanto piuttosto di una grande manifestazione di civiltà, con un voto che ha consentito una investitura popolare e che ha permesso al nostro ordinamento repubblicano di non essere messo in discussione nei decenni a venire. 

Contemporaneamente, si votò anche per eleggere i membri dell’Assemblea costituente a cui venne affidata la stesura della nuova Costituzione. Su 556 componenti eletti, solo 21 furono le donne, le nostre Madri Costituenti, alle quali dobbiamo però un grande impegno nell’affermazione di principi e diritti fondamentali, per esempio, nel riferimento all’art. 3 della Costituzione sul divieto delle discriminazioni legate al sesso, nell’art. 37 sulla tutela delle lavoratrici madri, nella formula del ripudio della guerra di cui all’art. 11.

Il 2 giugno del 1946, a suggello del nuovo edificio democratico che si andava costruendo insieme, italiane e italiani siglarono un accordo di convivenza civile che consentì ai componenti dell’Assemblea costituente di stipulare un patto ancora più forte.

Ricordare le ragioni di quelle scelte, evitare revisionismi e tentativi di annacquamento, ripercorrere questi 80 anni di storia repubblicana, con le sue luci ed ombre, vuol dire lavorare insieme con le nuove generazioni per affrontare un tempo, sicuramente complesso e gravoso, in cui provare ancora una volta a ricostruire e a credere nel futuro.

 Credere nel futuro insieme ai giovani, italiani ed europei, che rappresentano la declinazione in concreto dei più preziosi valori consegnati dalle nostre madri e dai nostri padri costituenti e contenuti nella nostra Carta: l’uguaglianza, la lotta contro le discriminazioni, l’accoglienza. La solidarietà, definita da un grande costituzionalista, Stefano Rodotà, “principio volto a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco, e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo”.

Nel riflettere quanto sia importante che le giovani generazioni comprendano quanto sia preziosa la nostra Costituzione e quanto debba essere praticata ed attuata nella vita quotidiana, e quale sia il rischio che si corre quando viene messa in discussione, richiamo infine, in questo 80esimo anniversario, le parole del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, al quale si deve il rilancio della Festa della Repubblica. Nel 1999, in occasione della ricorrenza del 2 giugno, definendo la nostra Costituzione “Bibbia civile”, si rivolse ai giovani di allora con queste parole: “Guardate in alto. Nutrite speranze e progetti. Date libera espressione a quanto di nobile, di generoso, anima le vostre menti, i vostri cuori.” 

Buona Festa della Repubblica a tutte e a tutti.

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